Il 23 Ottobre scorso è stato approvato dalla Camera un disegno di legge che permette di istallare videocamere a circuito chiuso all’interno degli asili nido. Presentato alla Camera bassa  dall’onorevole Annagrazia Calabria di Forza Italia, il disegno passato con i voti favorevoli delle destre e del Movimento Cinquestelle, avrebbe l’ obiettivo di contrastare tempestivamente maltrattamenti e abusi, anche di natura psicologica, a danno dei bambini e delle bambine nell’ambiente scolastico.  
Ci avevano già provato l’anno scorso, sempre i Forzisti a far passare un disegno di legge che legiferasse in materia di videosorveglianza nelle scuole dell’infanzia, ma all’epoca la legge si arenò al Senato e i sogni di controllo delle regioni leghiste che oggi prendono corpo già solo dopo il primo ok della Camera – la Lombardia ha già stanziato pochi giorni fa 600.000 mila euro per istallare le telecamere – si infransero miseramente. In queste settimane la discussione sul tema è stata accesa, complici alcuni isolati casi di maltrattamenti verificatisi negli ultimi anni nelle scuole italiane, e ha visto la contrapposizione delle associazioni dei genitori, alcune delle quali soddisfatte dal via libera della Camera, e degli insegnanti e dirigenti scolastici che hanno parlato invece di strumentalizzazione e di rottura della corresponsabilità del patto educativo.

Il clima nel Paese è preoccupante: innanzitutto a livello culturale. L’ideologia delle destre prende piede e rischia di diventare corpo grazie ai numeri di una pericolosa maggioranza politica in parlamento: quella gialloverde. Naturale che un governo fondato sulla ricerca del consenso basato sul sentimento della paura e sui peggiori istinti degli italiani preveda di trasformare la scuola in un carcere, una scuola di insegnanti e allievi trattati come sorvegliati speciali. L’iniziativa sugli asili nido è infatti, solo un esempio del disegno autoritario predisposto da questo governo, basti pensare alla circolare “Scuole Sicure” voluta dal ministro dell’insicurezza nazionale Matteo Salvini, che ha declinato la parola sicurezza disponendo unità cinofile da mandare fuori le scuole per controllare “lo spaccio” della droga. Insomma telecamere, carabinieri, unità cinofile sono solo il primo passo di un chiaro progetto educativo volto a quell’antico richiamo del “sorvegliare e punire” tipico di una idea della educazione lontana anni luce dalle aspirazione di una scuola democratica, per tutti e di qualità.

Oltre la pericolosa deriva culturale che vuole fare delle scuole dei luoghi di punizione e controllo, c’è un aspetto politico estremamente preoccupante sulla proposta dell’inserimento delle telecamere nelle scuole: viene messa a serio rischio la libertà di insegnamento. In un mondo del lavoro fatto di controllo ossessivo del personale, in questo caso degli insegnanti, il rischio è proprio quello della forte limitazione della libertà degli insegnanti. Val la pena chiarire che per libertà non si intende che  gli educatori e i docenti hanno in dote la possibilità di fare qualsiasi cosa gli passi per la testa, ma vuol dire innanzitutto avere le condizioni ambientali di serenità, di “sentirsi liberi” di adottare gli strumenti che si ritengano più efficaci, grazie alla messa in rete di competenze differenziate: psicologi e pedagogisti in primis, per svolgere una missione educativa di sucesso. Cosa che sarebbe oggettivamente impossibile con una telecamera continuamente puntata addosso. Insegnare in una classe non può essere come una puntata del Grande Fratello, per dirla in soldoni.

È evidente che bisogni limitare e fare attenzione a maltrattamenti e violenze. Difendere la libertà di insegnamento non vuol dire certamente nascondere i problemi che attanagliano le scuola o negare l’esistenza o la gravità di alcuni fatti. Tuttavia, fuori dalla propaganda, dobbiamo evidenziare che i maltrattamenti sono già punibili e sanzionabili e che ci sono altre misure e altri modi per prevenire queste situazioni. Innanzitutto i casi di maltrattamenti e violenze sono pochi, una piccolissima parte. Le nostre scuole, i nostri asili sono luoghi di grande eccellenza e qualità. Gli insegnanti fanno spesso un lavoro straordinario e purtroppo nel nostro paese si tratta di un lavoro pagato meno che nel resto d’Europa e vittima del dramma della precarietà. Tutto ciò non trova spazio nelle colonne dei quotidiani nazionali ed è ovviamente destinato a suscitare meno clamore mediatico e quindi a non prevedere alcuna proposta legislativa di riferimento.

In secondo luogo la questione è anche qui legata alla missione culturale ed educativa della scuola. Una comunità, quella scolastica innanzitutto, deve educarsi a stare assieme, a volersi bene, tramite un processo educante e di scambio, generando situazioni ambientali di benessere; ridefinendo il proprio senso e la propria missione educativa; dandosi dei chiari codici etici; permettendo al corpo docente di aggiornarsi costantemente su metodologie e pratiche didattiche innovative.

Le telecamere non sono dunque la soluzione, ma il problema. Inseguire la propaganda e legiferare per trarre consenso dal circo mediatico creato attorno alle scuole e ai docenti è quanto di più barbaro si possa fare. Bisognerebbe invece rimettere i piedi a terra e dichiarare davvero quali sono i problemi che abbiamo di fronte: gli asili pubblici sono pochi, se non del tutto assenti nel Sud Italia; non esiste una politica capace di riconoscere pari diritti alla genitorialità e in grado di garantire universalmente alle famiglie gratuità degli asili e delle prestazioni ad esso connesse.

Bisognerebbe insomma ripartire dal welfare universale per i genitori, dalla ripubblicizzazione degli asili nido, da un piano per l’assunzione pubblica di nuove maestre, dalla ricostruzione di un nuovo patto educativo sulla formazione permanente, dall’asilo fino al successo formativo che liberi culturalmente le scuole dalla competizione, dal controllo, dalla severità e dell’autoritarismo violento (che genera spesso proprio questi casi di ritorsione sui ragazzi) e restituisca la forza potente e straordinaria della comunità che si educa assieme rimettendo al centro la cooperazione, la bellezza e la felicità.

La nostra Costituzione ricorda che l’educazione dei figli è dovere primario dei genitori e a nostro avviso risulta urgente che lo Stato si ponga questo come obiettivo: ricostruire l’ormai spezzata alleanza educativa tra scuola e famiglia. Bisogna farlo proprio a partire dalla fascia 0/6, una fascia d’età cruciale per l’educazione degli individui. Sono infatti gli anni in cui si possono fare danni effettivi e difficilmente risanabili: sono gli anni in cui si può rovinare una bambina o un bambino per sempre. Ascoltare i bisogni delle famiglie, scegliere gli educatori con cura, capaci di affrontare questo compito è la prima grande sfida che uno Stato all’altezza di questi tempi si dovrebbe porre. Anche in questo senso le telecamere non risolvono il problema centrale della professione educativa: in realtà non se lo pone affatto.

Danilo Dolci una volta ha scritto che lo scopo dell’impegno politico non è la conquista del potere, ma aumentare il potere di ciascuno. Potremmo dire con lui che questo è anche uno degli scopi fondamentali del progetto educativo. Educare significa liberare, non controllare. Educare significa sperimentare l’importanza dell’ascolto autentico e della comprensione del punto di vista degli altri, non zittire qualsiasi dissenso. Educare significa favorire la curiosità personale  e trovare strumenti per reagire al consenso indotto: significa mettersi in una postura di ascolto e di scoperta del mondo. Tutto ciò presuppone l’esperienza del rispetto reciproco, della solidarietà, del desiderio di scoprire e creare il mondo, presuppone che ciò avvenga il luoghi ambientali favorevoli, sani, aperti, democratici. Presuppone  che questi ambienti somiglino quanto più possibili a luoghi liberi dai lacci e lacciuoli del potere, presuppone che questi luoghi non siano galere.  Presuppone luoghi in cui i bambini e gli insegnanti in un esercizio maieutico continuo possano disegnare i contorni di un nuovo mondo con tutta la libertà, la fantasia e la creatività che è possibile.

Raffaella Casciello – Segreteria Politica demA con delega a Scuola, Università e Ricerca

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