La crisi sociale ed ecologica è giunta ad un tale punto di gravità da non poter più essere oscurata. Facciamo quindi nostra l’idea, ormai mainstream, del “green new deal”. Ma non come mera opportunità per rilanciare investimenti e profitti nei nuovi settori trainanti “high tech”, “smart”, “bio”, persino certificati “etici”.  Piuttosto per attuare un piano di conversione degli apparati produttivi, distributivi e di consumo in chiave di giustizia ecologica e sociale. In una parola per mettere in atto una trasformazione ecosocialista della società. Le popolazioni della Terra devono poter decidere cosa, come, quanto produrre secondo i propri bisogni e in collaborazione tra loro. La sfida della sostenibilità ambientale (il rispetto della capacità di carico della biosfera) la si può vincere solo attribuendo alle popolazioni locali (a partire dai popoli indigeni) la responsabilità della gestione delle risorse naturali. Non ci sarà pace, non ci sarà sostenibilità, non ci sarà giustizia nel mondo fino a quando il grande capitale potrà imporre la sua forza per dominare e depredare le popolazioni più deboli. Nuove forme di colonialismo (economico e corruttivo, oltre che militare) impediscono al Sud del mondo di emanciparsi. Altro che “aiutiamoli a casa loro”!

Contributo alla piattaforma programmatica di: Laura Di Lucia Coletti (insegnante), Alvise Marin (tecnico informatico), Guido Pullia (psichiatra), Cristiano Gasparetto (architetto), Filippomaria Pontani (docente di filologia classica), Massimo Renno (cooperazione equa e solidale), Odino Franceschini (insegnante) e Paolo Cacciari (giornalista).

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