Al Direttore di “la Repubblica” Napoli.
Egr. Direttore,

In ordine all’articolo del 25 maggio a firma del prof. Francesco Barbagallo – di cui come sempre si apprezza l’assoluta competenza storiografica e la chiarezza delle argomentazioni – intitolato “L’ignoranza su Cialdini del Consiglio Comunale”, ci preme precisare brevemente talune osservazioni.

Si parla dei “movimenti di de Magistris” che avrebbero richiesto “una giornata della memoria per i briganti meridionali”. Il movimento di cui de Magistris è presidente (Democrazia e Autonomia – demA) non ha mai richiesto nulla in merito: in sede di Consiglio Comunale, il gruppo demA, insieme agli altri gruppi di maggioranza, non ha approvato le mozioni presentate in tal senso dal Consigliere di “Fratelli d’Italia” Andrea Santoro e dal gruppo M5S, rinviando le richieste all’attenzione della Commissione Cultura.

In Commissione, tanto il Consigliere del gruppo demA, Salvatore Pace, tanto l’Assessore alla Cultura, Gaetano Daniele, hanno chiaramente esposto la necessità di uscire da schemi semplificatori e primitivi di contrapposizione Nord-Sud e di non accedere a narrazioni storiograficamente incerte e troppo spesso populisticamente utilizzate (da destra e da sinistra, da nord a sud) per immediati ed effimeri riscontri politici.

Altra cosa, infatti, è ragionare su quale sia stata la gestione e gli esiti dell’Unità d’Italia, che per noi di demA resta un valore primario ed irreversibile, fondante la nostra Carta Costituzionale e la nostra identità storica.

E’ sicuramente innegabile la subalternità e lo stato di “minorità” in cui il Mezzogiorno è stato tenuto ad opera, in primo luogo, delle stesse élites meridionali e delle loro espressioni politiche, spesso conniventi se non artefici prime della spoliazione di risorse e del mancato sviluppo. Infatti, da subito, le scelte dello Stato unitario costituirono un fattore di ulteriore impoverimento dei territori meridionali: a principiare dall’affermazione del centralismo (che non era certo l’unica delle opzioni in campo ma fu quella che prevalse, grazie anche alla prematura scomparsa di Cavour) e dell’omologazione culturale ed economica. Si continuò poi con la sistematica esclusione del Meridione dalle politiche di sviluppo in tutta l’età liberale, dalle fasi di prima espansione industriale alle successione scelte di politiche industriali ed agrarie in età giolittiana e poi fascista. Non che sia andata meglio in età repubblicana, in cui il ceto politico meridionale (che pure ha avuto in mano il governo del Paese in momenti cruciali del secolo scorso ), ad esito della stagione del boom economico e della Cassa per il Mezzogiorno, ha gestito come sappiamo la definitiva catastrofe umana del Mezzogiorno italiano.

Noi di demA riteniamo che, al di là delle approssimazioni e delle strumentalizzazioni politiche, la Questione Meridionale – lungi dall’essere attribuibile a complottistiche volontà discriminatorie del “Nord” – sia soprattutto una questione di sfruttamento di classe, di modello di sviluppo in cui – come ben sa il prof. Barbagallo – si sono utilizzate le risorse pubbliche a meri fini di calmierazione delle sofferenze sociali e di consolidamento di una classe dominante meridionale incancrenita in meccanismi clientelari e speculativi: gli imprenditori onesti e la borghesia attiva hanno dovuto prima resistere e poi arretrare di fronte all’uso mafiogeno e depressivo delle risorse pubbliche.

E’ in questo senso che noi accettiamo il termine “colonizzazione” come schema di saldatura tra un soggetto che si appropria di un territorio e lo gestisce insieme ai soggetti “indigeni” forti per creare un nuovo ordine fondato su precise coordinate: spoliazione delle risorse, “progresso senza sviluppo” fondato sull’elefantiasi del terziario e sullo smantellamento del settore primario e secondario, con le conseguenti drammatica espansione della forbice tra ricchi e poveri e deindustrializzazione selvaggia, soprattutto tra crisi petrolifera e avvento della globalizzazione. Un Sud che, stante queste premesse, è quello che ha pagato in termini marcati ed assolutamente insostenibili i costi della crisi del 2011 e che, strangolato dal patto di stabilità nella sua versione più socialmente criminale che è la “spending review” , ha ridotto in ginocchio anche le già residue e depresse leve dei servizi sociali e rilanciato alla grande il fenomeno dell’emigrazione intellettuale.

Al riguardo dei temi sollevati dall’intervento del prof. Barbagallo, riconosciamo la necessità di recuperare un senso profondo dell’analisi politica recuperando – con la dovuta attenzione al tempo che passa ed all’ “invecchiamento” delle idee – ciò che di meglio ha prodotto la cultura del nostro Paese e che è ancora vivo culturalmente e politicamente significativo. In primo luogo, gli apporti di metodo e di contenuto forniti non solo dall’analisi gramsciana, tanto nei suoi elementi di lettura marxiana dei conflitti strutturali quanto nella decodifica dell’organizzazione sovrastrutturale del Paese; le riflessioni di Luigi Sturzo, fondamentale non solo per l’analisi della relazione del Mezzogiorno d’Italia con il Mediterraneo, ma anche per il riconoscimento della necessità dell’articolazione di ampie autonomie amministrative con cui liberare le energie dei territori e rendere i cittadini attivi anche sul piano produttivo. Ancora più forte è la coscienza che abbiamo di cosa siano state per l’Italia le lotte del Movimento Operaio e Contadino, cui ancora oggi si deve la residua tenuta sociale e culturale del Paese.

Per restare a tempi più vicini a noi, come non pensare anche alla lucida analisi di “Nord e Sud” ed al prolifico ed attivissimo ambiente culturale che vi ruotava attorno; riteniamo per mlti versi ancora vivo il contributo di Francesco Compagna sulla dimensione regionale dello sviluppo, sui rapporti città/campagna e sul ruolo di una infrastrutturazione dimensionata e razionale (cosa diversa dalle “autostrade a prescindere” intese come bancomat dei politici): una riflessione che resta ancora oggi un lascito tanto ineludibile quanto misconosciuto e rifuggito dalle scelte politiche.

Nel nostro tempo, questo patrimonio così diverso nella genesi ma così convergente ci legittima a concepire un progetto nuovo e di ampio respiro, sganciato da posizionamenti partitici e centrato sulla prospettiva (che già a Napoli con fatica, difficoltà, anche con errori ma con energia, competenza ed entusiasmo stiamo realizzando) di un nuovo assetto del Paese. Bisogna voltare pagina rispetto al ridicolo “federalismo” del 2001 e puntare allo sviluppo delle Autonomie solidali ed a forme di partecipazione a scelte e decisioni politiche operate dal basso e non sia inquinate, condizionate o confuse ma fondate sulla base del concetto cardine, nuovo e dirompente, di “Bene Comune”.

Grazie per l’attenzione.

Il Prof. Salvatore Pace
Consigliere Comunale e membro del Coordinamento Nazionale “demA” – Democrazia e Autonomia

File in PDF della lettera inviata

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