Come DemA denunciamo che entrambe sono le grandi “dimenticate” del discorso pubblico, tutto incentrato su Salute e Lavoro.

Il nuovo Decreto Rilancio affronta con incrementi di risorse del tutto insufficienti le esigenze del sistema delle Università, delle istituzioni di alta formazione e dei centri di ricerca: 165 milioni di euro in più per il loro funzionamento non possono bastare di certo per riaprire e restituire, con le misure di contenimento e messa in sicurezza anti-COVID, i luoghi della formazione in presenza agli studenti. Allo stesso modo appare addirittura irrisorio l’incremento di 40 milioni di euro per le borse di studio, considerato che la crisi economica peserà sui destini delle famiglie,  allontanando o espellendo tantissimi giovani dall’Università,  se non si interverrà con l’esonero delle tasse, non in base all’ISEE dello scorso anno, ma alle nuove condizioni determinate dalla pandemia e dal lockdown, che hanno impoverito o sospinto in una condizione di neopovertà intere categorie produttive e professionali.

Per fermare il rischio di un nuovo darwinismo sociale, che veda sopravvivere nel prosieguo degli studi e della ricerca solo quanti hanno alle spalle ingenti ricchezze familiari, è necessario allo stesso tempo incentivare nel numero e nella durata i dottorati e gli assegni di ricerca, nonché favorire le proroghe la cui copertura non va ricercata in “eventuali” fondi di ricerca e/o fondi di Dipartimento.

Si è sperimentato in questi mesi l’incidenza dei tagli degli anni passati guardando con preoccupazione crescente alla penuria di specialisti e specializzandi nelle professioni sanitarie, medicina e infiermeristica: ma i tagli del passato hanno inciso in tutti i settori di ricerca, e non in modo lineare, penalizzando in modo particolare i piccoli atenei, gli atenei del sud e i settori di ricerca meno appetibili per il mercato e le imprese. Non ci consola l’incremento dei fondi per i Progetti di Rilevante Interesse Nazionale (PRIN) negli anni 2021 e 2022 se non si risolvono i problemi strutturali causati da un decennio di polarizzazione della distribuzione territoriale di finanziamenti sempre in discesa.

Come demA riteniamo necessario aprire una discussione democratica sulla necessità dei fondi e sulla loro modalità di spesa, mettendo in crisi l’intero impianto della “valutazione” definito dall’Anvur secondo modalità del tutto inadeguate e ripensando i criteri di reclutamento dei docenti ricercatori e dei precari, in un’ottica di massima accessibilità.

Né possono opporsi a questi meccanismo di soggiogamento le migliaia di precari che da anni attendono concorsi e assunzioni che l’Articolo 238 (“Piano di investimenti straordinario nell’attività di ricerca”) del decreto Rilancio prevede, certo, ma sotto forma di  misura una tantum, e come tale non sufficiente a ricoprire il deficit di oltre 20.000 posti determinatosi rispetto al 2008.

Le conseguenze degli errori di questi anni sono state pagate soprattutto dai ricercatori universitari. Un esercito di precari, con stipendi bassi e discontinui, che tiene in piedi l’insegnamento e la ricerca con il proprio spirito di servizio e la cui possibilità di proseguire nella carriera è legata quasi esclusivamente alle performance nella ricerca, misurate, come ricorda Valeria Pinto in “Valutare e punire”, in termini di quantità di pubblicazioni in riviste decise a tavolino: questo innesca un pericoloso meccanismo di corsa alla pubblicazione a tutti i costi (“publish or perish”) che attenta alla  libertà di ricerca, svilisce la visione di scopo e lede la dignità del lavoro di ogni ricercatore.

Di una cosa come demA siamo certi: l’emergenza sanitaria ha messo in evidenza la necessità di un cambio di paradigma rispetto al passato, riconoscendo il carattere strategico della sanità ma anche dell’intero comparto della formazione. La cifra di 1,4 miliardi stanziati per l’Università e la Ricerca sono briciole.

DemA lancia un appello a tutte le anime del mondo universitario (docenti precari personale amministrativo e studenti) per chiedere al Ministro e al Governo di emendare il Decreto rilancio: per ampliare l’area no-tax, battersi contro il numero chiuso per l’area medica, aumentare i posti di specializzazione e i fondi per dottorati e assegni di ricerca, sbloccare i concorsi e strutturare un piano di reclutamento che in cinque anni riporti l’organico universitario ai livelli del 2008.

Sull’ ANVUR la posizione di DemA è chiara: deve essere abolita. Al suo posto proponiamo l’istituzione di un ente più snello, partecipativo e rappresentativo delle varie componenti della comunità universitaria con lo scopo di ridefinire le finalità della valutazione e la necessità di valorizzare la ricerca contemporanea.

Infine, proponiamo di creare un fondo per la divulgazione scientifica, affinché l’università contribuisca al sapere collettivo per la formazione di cittadini informati e consapevoli: ciò di cui il presente ci ha reso consapevoli e che il futuro ci consegna come necessità etica è un’università che -uscendo dall’autoreferenzialità – torni a fornire strumenti di qualità per la diffusione delle scienze e dei saperi.

Segreteria politica nazionale demA

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