Le parole di Antonio Scurati sul mancato rispetto della libertà di pensiero degli operatori culturali, cosa che lo ha spinto ad abbandonare la direzione del Festival di Ravello, devono far riflettere quanti si vogliono illudere che il problema culturale si riduca ad una divergenza di opinioni col comitato di indirizzo su Saviano o Speranza. Toppa peggiore dello squarcio, poi, sono le rassicurazioni paterne di Letta che invitano Scurati alla festa nazionale del PD, ammettendo del tutto che la questione rivesta esclusivamente carattere politico, o, come se il punto per lo scrittore potesse essere quello di avere un pubblico compiacente e allineato.
Non è il primo caso, quello di Scurati, e non sarà l’ultimo, in cui un intellettuale libero è costretto a sbattere la porta di fronte ai diktat di De Luca, trasformati in indirizzo culturale dai tanti suoi scherani. In Regione Campania un Assessorato alla Cultura non esiste più, esistono i ligi funzionari esecutori del pensiero unico dominante, dei suoi sì e dei suoi no. E come spesso accade, ma grazie al cielo non sempre, i servi a volte sono più realisti del re. Tutti i giornali anche nazionali poco tempo fa hanno evidenziato l’anomala composizione eminentemente politica degli organismi d’indirizzo degli enti culturali che dipendono dalle casse della Regione. In casi come questi ne vediamo le conseguenze, ma questo modus operandi si estende ben oltre: tutti gli operatori artistici e culturali, che chiedono o ottengono sostegno per le proprie iniziative dalla Regione Campania, sanno -e a volte confessano con imbarazzo e in via riservata – , quanti “ordini” e quante “prescrizioni ” vengono loro imposti, pena la perdita del contributo. Tra queste spicca, e a volte diverte, la protervia: “oscurare” il ruolo o la presenza del Comune di Napoli, come se facendolo si cancellasse un Sindaco per fargli un dispetto e non si offendesse piuttosto la capitale del Sud. Ma tutto ciò cela un problema ben più serio, che riguarda l’autonomia della cultura. Che chi fa cultura debba pagare il fio dell’approvazione politica del capo per sopravvivere è la manifestazione più grave della restaurazione politica in atto.
Di fronte ad aspiranti Sindaci, che sgomitano nel dirsi pronti a collaborare con la Regione, quasi come se fosse stata l’attuale amministrazione a impedirne la possibilità, demA invita a riflettere sulla differenza tra collaborare e condividere, da pari e liberi, un progetto culturale o servire da sudditi all’interno di uno schieramento compiacente di cortigiani. La città non merita un governo cortigiano e la cultura, ce lo insegna la storia, è tanto più grande quanto più è libera dai tiranni.
Movimento demA
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