E’ intriso di ipocrisia il grido di dolore e il clima da scandalo che ha accompagnato la descrizione che un istituto scolastico di Roma fa della provenienza sociale della propria platea, quando sono anni che chi combatte per l’idea di una scuola inclusiva e democratica ex art.3 della Costituzione denuncia l’uso distorto che persino nei format ministeriali si sta facendo della competizione di matrice neoliberista,  imposta alle scuole come “vetrina” per i propri utenti, trasformati in consumatori da attrarre. Peraltro in nome di una malintesa trasparenza.

Sia chiaro: fare una attenta analisi del contesto in cui si agisce è utile per il lavoro interno alla scuola, perché il gruppo dei professionisti impiegati nel lavoro scolastico progetti percorsi ed attività adeguate attraverso gli strumenti più adatti a quel contesto. Un’ altra cosa è farne una “vetrina”per “clienti”, trasformando in marketing  socioeconomico e discriminante quella analisi: la vetrina finisce in quel caso per canalizzare la scelta della sede più adatta al tipo di utenza, e dunque per alimentare i divari che dovrebbe combattere.

La notizia di un istituto che istituzionalizza nell’home page il limite più eclatante della scuola attuale, cioè subire e riprodurre,  lasciandole intatte,  le disuguaglianze ci deve spingere a riflettere tutti sul problema di fondo:  il cedimento alle regole di mercato, non da parte di una scuola-azienda, come si è detto per tanti anni,  nel senso di una scuola che funziona e agisce come un’azienda, ma  da parte di una società che ha interiorizzato criteri economicistici, di valore e discriminazione economica e sociale  e li applica a tutto, anche alla scuola.

La lista delle storture che il mondo della scuola a volte denuncia e spesso subisce  è molto più lunga: faraoniche liste di descrittori che non sostituiscono i voti ma alzano il livello del fumus valutationis; esiti di test e competizioni messi in prima pagina per far contenti allievi e genitori;  velocità con cui il registro elettronico compila e restituisce medie prive di senso dal punto di vista della valutazione formativa;  progetti per ogni istanza o problema  nei quali spesso si fa fatica a riconoscere e salvaguardare specificità e ruolo della scuola; rapporti con il privato segnati più dal reciproco condizionamento demagogico e strumentale che dalle modalità costruttive e problematiche di una comunità educante, che è operazione faticosa e complessa da perseguire con pazienza  e lungimiranza.

Si ha come la sensazione che il sistema scolastico si muova  verso orizzonti quanto mai incerti e contraddittori, a tratti con una tendenza autolesionista, come in questo caso. Difendiamo la scuola pubblica da tutto questo, fermando questi processi finché siamo in tempo e restituendole la sua mission al di là dei condizionamenti: includere, educare e istruire per fare dei nostri allievi cittadini sovrani, come ci insegna Don Milani.

Annamaria Palmieri – Responsabile Nazionale Dipartimento Scuola e Università

foto Riccardo De Luca/Agf

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