Nella vicenda del finanziamento per una sede della Normale di Pisa a Napoli ci si aggira tra due posizioni entrambe discutibili: da un lato una sorta di “tribalismo” (quello dell’amministrazione leghista della città, preoccupata di salvare la purezza della Normale di Pisa contro Napoli, ovvero “il Sud”), dall’altro una retorica dell’eccellenza che poco tiene conto, però, di come si costruisca davvero la qualità scientifica di un polo universitario (ovvero non con ricercatori a tempo determinato e un investimento sul modello aziendalista delle “start up”).

Ora, noi non abbiamo certo bisogno, come ha giustamente sottolineato Eleonora de Majo durante il consiglio comunale di Napoli, di ribadire che siamo orgogliosi di tanta eccellenza che esiste già nelle nostre università del sud, le più antiche d’Europa, e non abbiamo nessun complesso di inferiorità verso il resto d’Italia sulle competenze e capacità degli studiosi e dei ricercatori dei nostri atenei.

Ma il giubilo con cui un sindaco leghista, noto per memorabili battaglie contro i clochard o perché interpreta la lotta al decoro come lotta agli studenti seduti sulle scalinate, saluta la battaglia affinché il Sud non abbia una scuola di formazione con il nome della Normale deve preoccuparci per il clima del Paese, giacché in un mondo dominato dal buonsenso l’espansione di un ateneo dovrebbe essere considerata un buon successo, non un pericolo di perdita di presunta purezza. Questa posizione è in continuità con il drenaggio di risorse da sud a nord che da anni colpisce il mondo della ricerca, e con la costrizione a emigrare di nostri studenti, che poi, guarda caso, alimentano l’economia degli altri atenei affittando case, spendendo risorse e mettendo a disposizione le proprie intelligenze.

Nel contempo riteniamo che non vada trascurato un ragionamento sull’eccellenza meno appiattito sull’idea tutta mercantilistica che essa sia un semplice brand, un marchio, da sottoporre alla valutazione dell’ANVUR. Detestiamo questa logica competitiva che mette a rischio e precarizza la vita delle università. Una scuola superiore di studi universitari, sul modello della Normale, dovunque e in qualunque momento la si voglia avviare, necessita non solo di dialogo tra le parti accademiche coinvolte ma anche di un progetto scientifico forte e condiviso, di un investimento di lungo corso e non estemporaneo, e i suoi docenti studiosi e ricercatori non possono essere considerati “a tempo”, ragionamento che vale per gli studenti stessi.

Ora che il finanziamento di 50 milioni per un polo di eccellenza per l’università di Napoli è (forse) salvo ma ciò avviene nell’esultanza provincialistica dei leghisti contenti di aver salvato il simbolo da chi lo infangava con la concorrenza (!!!), si apre una riflessione ben più  seria: in un paese come il nostro che non ha mai avuto capacità di creare luoghi (pubblici) di alta formazione per la cosiddetta classe dirigente, invece che preoccuparsi dei singoli pezzettini, non sarebbe necessaria piuttosto cercare di costruire una rete di scuole di alta formazione, non sarebbero più utili alleanze e finanziamenti strutturali e di lungo periodo? Non sarebbe più importante un ragionamento complessivo su dove debba andare la ricerca? E questo è forse immaginabile procedendo per frammenti o, peggio ancora, per sovranismi su scala cittadina (riprendendo la felice definizione di Roberto Esposito)? Sono questi i temi su cui bisognerebbe ragionare, altro che di tribù, ed è particolarmente grave che il MIUR non si faccia in alcun modo interprete del bene della cultura dell’intero Paese riattivando una politica di investimenti strutturali per l’università pubblica a partire da domande di qualità finalmente serie.

Annamaria Palmieri – Dipartimento Nazionale Scuola e Università

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