Il riconoscimento di maggiore autonomia alle Regioni a statuto ordinario, ai sensi dell’articolo 116, terzo comma, della Costituzione, si è imposto alla discussione pubblica dopo l’esito del referendum sulla riforma costituzionale nel 2017 e delle iniziative intraprese dalle Regioni Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna che nel febbraio 2018 hanno sottoscritto un accordo preliminare con il Governo (all’epoca di Gentiloni ) per l’attuazione di condizioni speciali di autonomia. I partiti dell’attuale governo, in particolare la Lega, si sono impegnati ora a realizzare le loro richieste, che riguarderanno, per l’istruzione, un diverso assetto a vari livelli, compreso quello delle erogazioni finanziarie, e , questa è la bella  novità, un criterio specifico delle assunzioni, fino a prevedere un sistema  a domanda individuale che rischia di sfaldare  la dimensione nazionale del sistema di istruzione, ancorato alla Costituzione italiana.Come demA non vogliamo qui entrare nel merito dei singoli aspetti, considerando che,  a partire dalla Riforma del Titolo V del 2001, in molti segmenti del sistema di “Istruzione e formazione” del nostro paese una “regionalizzazione” già esiste e di certo non  ce ne possiamo gloriare : per fare un facile esempio, non si può di certo paragonare il sistema della formazione professionale del Piemonte o dell’ Emilia Romagna con il disastro che la storia ci consegna in Campania, dove questo settore è stato a lungo  utilizzato dalla malapolitica come una sorta di “mercato delle vacche” (perdonate il francesismo) senza generare, a fronte dell’ ingente spesa,  nessuna emancipazione reale dei destinatari pur bisognosi. E non basta la facile giustificazione del “lavoro che non c’è” a pacificare la coscienza dei responsabili del disastro: forse, invertendo e capovolgendo i fattori, se il lavoro (e le competenze per trovarlo) sono tanto deficitarie nel Sud è anche colpa del modo distorto e colpevole in cui sono state sprecate negli anni passati le risorse della formazione. Le indagini dell’OCSE inchiodano chiunque abbia tentazioni di fuga da questa verità.   Ci permettiamo però di osservare che basta leggere il progetto di legge regionale del Veneto, per accorgersi che in questo caso ci si sta allargando ben oltre le riforme degli ultimi venti anni e anche oltre il mercantilismo della L. 107 (la Buona Scuola) finendo per coinvolgere  in modo profondo  la delicata questione delle competenze esclusive o complementari fra Stato e Regioni, di cui si dibatte, appunto,  dal 2001.«Non sono più risorse da Roma, come erroneamente dice qualcuno, ma più risorse trattenute alla fonte per la gestione di alcune competenze e per garantire alcune peculiarità» – ha sottolineato il presidente dell’Emilia Romagna, Stefano Bonaccini.Ecco, il tema delle “peculiarità”, lo confessiamo , quando lo si gioca  sul diritto all’istruzione e alla formazione,  ci preoccupa. Quale peculiarità si vorrà mai difendere nell’immaginare un concorso per insegnanti in Veneto o in Lombardia destinato e riservato ai soli veneti o lombardi?  Prefigurare regionalizzazioni dei concorsi o della gestione del personale o peggio ancora intrusioni sull’offerta formativa dei cittadini della nostra Repubblica non è la stessa cosa che, come dicevamo, utilizzare gli strumenti del decentramento e della sussidiarietà (peraltro già esistenti) per far crescere l’integrazione tra istruzione tecnica e professionale e sistema della formazione professionale regionale dall’altro, migliorando i rapporti con il mondo del lavoro. Questi obiettivi qui, in verità, li capiamo benissimo, ma ci sembra che non necessitino di ulteriori strumenti normativi. Anzi, sarebbe utile che un tavolo Stato- Enti locali mettesse in campo gli strumenti per mediare e travasare le buone pratiche e i modelli positivi e virtuosi generalizzandoli, piuttosto che favorire solo l’alleggerimento dello Stato.Viceversa, aumentare il numero delle regioni a statuto più o meno “speciale”, sostituire lo Stato con la Regione, aumentare le prerogative di una parte a spese dell’altra, cui prodest?Non sarebbe necessario  piuttosto  portare prima a termine l’operazione di sussidiarietà mal riuscita, che si è spesso tradotta in una selvaggia competizione in orizzontale (il limite delle autonomie scolastiche)  e in una conflittualità sistematica in verticale (tra Stato, Regioni, Comuni) , e  ripartire, ognuno con le competenze che la Costituzione prevede,  per arrivare ad un sistema allargato e integrato che arricchisca maggiormente il territorio ai diversi livelli e renda più efficiente i rapporti (non la sudditanza) con l’economia ed il lavoro?  Per far sì che questo approccio sia efficace,  è di coordinamento che c’è bisogno, non di differenziazioni. Bisogna evitare le duplicazione degli interventi, la frantumazione dei centri e delle responsabilità, andando a mettere ordine e chiarezza nei poteri statali ed assegnando a quelli regionali la giusta dimensione, affinché resti un unico sistema nazionale, orientato all’ Europa,   e si estenda  tutt’al più  la presenza della regione per il valore aggiunto di cui è portatrice (se lo è) per contribuire al costante miglioramento dell’intero sistema.Alla fine, temiamo, non è sui valori o sulle potenzialità di sviluppo autonomo dei sistemi che si ragiona, ma sempre e soltanto sul potere che si può esercitare sui soldi, sui (non) trasferimenti, sulla perequazione, sugli standard di buona amministrazione. E sul fastidio che alcune regioni provano verso quel principio di ridistribuzione e perequazione che – sarà un nostro limite – è principio costituzionale a cui siamo piuttosto affezionati. Perché ci ostiniamo a dire e pensare che i bambini e le bambine, i ragazzi e le ragazze del nostro Paese sono tutti uguali, e se nascono in una terra col PIL più basso, bisogna restituir loro il differenziale e metterli in condizione di pareggiare il conto. O, ancora, perché ci ostiniamo a credere che anche gli insegnanti, servitori fedeli dei valori della nostra Repubblica, possano esser di qualità indipendentemente dal luogo di nascita e residenza. Il loro nomadismo, la loro ricerca di lavoro lontano da casa, il loro peregrinare su e giù per la penisola, non fa onore al modo in cui la professione docente è stata storicamente trattata in Italia, non ha nulla a che fare con caratteristiche peculiari (antropologico-culturali) dei luoghi di provenienza. Per concludere, noi pensiamo che la dimensione pubblica e statale della scuola dell’obbligo fino a sedici anni (ma ci piacerebbe fino a 18) non si tocca: anzi, ci piacerebbe sviscerare un’altra contraddizione del sistema, quella che riguarda il  segmento 0-6, nel quale ancora manca la definizione di essenzialità (per i nidi)  e  di obbligatorietà per la scuola d’infanzia e le differenze e disomogeneità territoriali sono da combattere non da incentivare. . Ben vengano le autonomie organizzative e gestionali, ovviamente,  e il pluricentrismo delle governance, sempre che attraverso di esse  si dia spazio alla base e alla collegialità. E stiamo attenti a riconoscere dietro le dichiarate  buone intenzioni dell’efficienza e della modernizzazione,   la voglia di “me ne frego” che alligna in questo momento  nelle pieghe del pensiero e nella pancia di questo Paese.

Annamaria Palmieri, Responsabile Dipartimento Scuola e Università – demA

 

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