Il ministro  per il Mezzogiorno Giuseppe Provenzano critica il meccanismo dei punti organico di recente ribadito nel DM 740 del 9 agosto 2019 (!) per il riparto delle assunzioni all’università e lancia l’allarme: tra Nord e Sud si determina un dislivello nelle possibilità assunzionali che rende nei fatti, attraverso il circolo vizioso dell’incidenza sulla qualità, diseguali i destini dei ragazzi.
Fa piacere che il ministro abbia dichiarato di voler riparare a una stortura che da sempre demA, sulla scorta di indagini ed evidenze, denuncia: il declino dell’Università del paese e del Sud in particolare si sta consumando nella sostanziale indifferenza dei diversi governi e nella assoluta continuità con cui le leggi di bilancio premiano gli atenei cosiddetti virtuosi e condannano gli altri.
Al principio fu la competizione, la cosiddetta meritocrazia, il mito scellerato del nuovo millennio che, portato avanti con logiche mercantilistiche, oggi è evidente, non produce affatto qualità. Molte ricerche hanno dimostrato che non si ottiene alcun valore aggiunto dalla competizione basata su parametri sbagliati.
Solo per citarne una, ricordiamo l’indagine coordinata da Gianfranco Viesti sugli atenei da Nord a Sud (2016) dalla quale -analizzando le iscrizioni e le carriere degli studenti, l’offerta didattica, il trasferimento tecnologico, il contributo allo sviluppo dei territori, le modalità di funzionamento degli atenei – emergeva drammaticamente che l’Italia è in controtendenza col resto d’Europa, ha visto calare gli studenti e i laureati, calare l’impegno finanziario pubblico, innalzare il divario tra Nord e Sud a causa del circolo vizioso delle valutazioni legate a criteri di mercato.
Il nuovo divario sulle assunzioni, che saranno maggiori per le università più ricche, si aggiunge agli altri ben noti ma contiene un disvalore ideologico in più: la progressiva e reiterata tendenza, di tutti i governi degli ultimi decenni, a concentrare gli investimenti in pochi centri di eccellenza piuttosto che a puntare qualità diffusa.
Il passaggio dall’università d’elite a quella di massa è stato mal gestito in Italia sin dagli anni settanta, ma i rimedi individuati nella stagione delle cosiddette autonomie sono peggiori del male. E da dieci anni, poi, in un crescendo inquietante, si continua a premiare in finanziamenti ordinari chi ha di più in contribuzioni degli studenti, si perpetua il blocco del turn over, la precarizzazione dei ricercatori, la spinta alla competizione per accaparrarsi fonti esterne di finanziamento, che sottrae qualità e tempo alla ricerca e alla didattica. In un circolo perverso essa si impoverisce sempre più, il che provoca da un lato l’orientamento verso ambiti di indagine più gettonati ( il che di fatto deprime lo sviluppo dei segmenti meno indirizzati all’immediata collocazione sul mercato) dall’altro muove e determina l’indice delle assunzioni.
L’ultimo dei mali, la genialata dei punti organico, in ordine di tempo, ma è l’ennesima fonte di disuguaglianza. Non è mai troppo tardi per accorgersene e fermare il circolo perverso, prima che lo svuotamento delle aule universitarie meridionali di docenti e di studenti ne determini fatalmente il destino.
Annamaria Palmieri – Responsabile Nazionale Dipartimento Scuola e Università
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