Il 1 maggio, festa del lavoro.

Si sprecano i titoloni dei giornali, che in questi giorni pubblicano dati, e fini (?) riflessioni sulla disoccupazione e su quanto l’Italia sia lontana da ogni standard di sviluppo. Grafici e dati riempiono i social e non si sottrae nessuno dal quantificare la sconfitta di un Paese che ha nel Lavoro il suo diritto fondante. E, ancora, tanta retorica sui giovani, sulle donne e sulla fuga dei talenti.

Ma ci chiediamo, la questione è tale solo dal 30 aprile al 2 maggio? O ci si deve interrogare sempre, e comunque, sul tema del Lavoro?
Al centro di ogni tornata elettorale “ospite” fisso nei talk show, il Lavoro vive con noi ogni giorno la realtà che è disegnata in un modo ma – di fatto – ha contorni molto più vasti e confini decisamente più impegnativi da definire.
Il lavoro è un diritto, e su questo non si può argomentare; come tutti i diritti deve essere agito ma se ognuno si sposta un pò più in là pensando che ci sia qualcun altro per la soluzione, allora l’azione diviene debole.
Il lavoro non si crea né solo parlandone né solo agendo con politiche di incentivazione. Il lavoro si crea agendo sul pensiero e sulla pratica: troppo lontani i momenti in cui si parlava di lavoro con i contributi di tutti e troppo vicine le dichiarazioni sulla sconfitta della povertà.
Il lavoro consente alle persone di creare margini per stare dentro le comunità, consente di avere una propria identità. L’assenza di lavoro, è banale ma va detto, permette l’allontanamento da ogni valore collettivo e non c’è sostegno al reddito che ristori dalla perdita di dignità. Lavoro e povertà corrono insieme, è un sistema binario. E allora quale ricetta? La ricetta va ricercata nei sistemi locali, non è unica ovunque. Va ricercata nei territori, analizzando le economie locali e individuando soluzioni adeguate per le diverse tipologie di disoccupazione. Va perseguita una continua attività di pensiero e prassi: cosa fanno altrove per la disoccupazione? Come hanno fatto in altri luoghi per prevenire la mancanza di lavoro? E affrontare insieme, decisori centrali e territoriali, come arginare attraverso una nuova stagione di sviluppo.
Strutturare percorsi di clausola sociale, ridurre il ricorso a forme di precarietà, contrastare lavoro nero o grigio, perseguire obiettivi di equità e di trasparenza, considerare l’inclusione come una politica attiva, sono i contenuti di una piattaforma politica verso la quale fa gravitare ogni azione politica e amministrativa.
È molto seria la condizione di svantaggio da cui partono alcuni gruppi sociali, a partire da condizione di digital divide a condizioni di genere e di sotto istruzione e assenza di competenze. Il Lavoro, quindi, non è solo questione Lavoro, ma è questione di Istruzione, di Sviluppo, di lotta alla povertà e di diritto all’abitare. E dunque di protezione sociale, di quel welfare che non mortifica ma che genera, che va continuamente adeguato ai nuovi bisogni per poter assicurare, in concreto, l’universalità dei diritti dei cittadini. La proclamazione del Pilastro europeo dei diritti sociali, avvenuta a Goteborg nel novembre 2017, è un’occasione importante per rilanciare il ruolo dell’Europa, e con essa la collaborazione tra le parti sociali.
Per raggiungere una crescita più equilibrata, il Pilastro europeo mira, infatti, a pari opportunità nell’accesso al mercato del lavoro. A condizioni di lavoro eque. A una protezione sociale, che favorisca l’inserimento anche attraverso formazione e incentivi. Nella dimensione europea, va fatto oggi il riferimento all’importante tornata che ci aspetta il 26 maggio, il lavoro, i servizi e la solidarietà sociale diventano traguardi più facilmente raggiungibili.
Un ultimo passaggio va fatto sulla sicurezza sui luoghi di lavoro. Ancora oggi contiamo nel solo 2019 una strage di lavoratori, ed è a loro che va il nostro pensiero. A loro che sono morti per il loro diritto, perché è troppo facile dire solo il Lavoro che non c’è.

Monica Buonanno

Responsabile dipartimento lavoro

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