L’assemblea del 1 dicembre a Roma è stata una sorpresa ed è giusto, fino in fondo, raccontarla come tale. È stata una sorpresa perché nata a partire da un appello – quello del sindaco di Napoli Luigi de Magistris – che invitava semplicemente a porre pubblicamente alcune domande, senza lanciare nulla e senza l’indicazione di alcuna scadenza intesa come data improrogabile verso la quale si costruiva una kermesse pubblica.
È stata una sorpresa per il fatto che il teatro scelto per l’iniziativa riusciva a stento a contenere i partecipanti e per i modi con cui si è data questa partecipazione: nessuna mobilitazione di truppe, nessun investimento strutturato di realtà politiche o sindacali se non quella dei circoli territoriali di demA più attivi: a mettere insieme quelle persone è stata solo la curiosità di tanti cittadini e di tante e diverse realtà di base verso una proposta francamente aperta e che, anche dopo l’incontro, ha lasciato sul tavolo più domande che risposte preconfezionate, più interrogativi da porre insieme che non una strategia predefinita con cui guardare ai prossimi mesi. È stata una sorpresa per la qualità degli interventi e per l’importanza delle testimonianze raccolte: operatori sociali che lavorano per l’accoglienza, lavoratrici che vedono minacciato il proprio posto di lavoro, comitati che difendono l’ambiente e i beni comuni dal Terzo Valico della TAV alla Terra dei Fuochi, attiviste femministe, esponenti del mondo LGBT. È stata una sorpresa perché certifica l’esistenza di qualcosa che fino al giorno prima pareva solo una difficile scommessa: la disponibilità, ancora viva, in un paese che sembra sempre più imbarbarito dalla violenza retorica e materiale della sua classe di governo, a ragionare di alternative sostenibili dal punto di vista economico, ecologico, sociale, culturale e politico.
Nessun intervento proponeva ricette, modelli, schemi: ciò che è emerso è solo – che non è poco – il fatto che esistono miriadi di esperienze territoriali che, concretamente, lontano dai riflettori e dalle telecamere provano a strappare alla povertà e all’odio pezzettini di mondo per trasformarli in luoghi di sperimentazione politica concreta, materiale, viva, innervata nelle contraddizioni del paese e del presente. Quando parliamo di neomunicipalismo parliamo, alla fine, di questo: comunità resistenti che sfidano le miserie del potere sul piano dell’attivazione sociale e sul piano della proposta di governo dei territori attraversati dalla crisi. Realtà di base, agricoltori, studentesse e studenti, amministratori locali delle realtà più diverse, dai piccoli comuni di provincia alle aree metropolitane: l’unico minimo comune è la capacità – di tutti e tutte gli interlocutori e le interlocutrici che abbiamo incontrato – di essere riconosciuti come parte attiva e credibile dell’attivismo di base, nelle tante forme che esso assume ad ogni latitudine del paese. E’ per questo che ci abbiamo tenuto moltissimo che Barcelona En Comù e Podemos fossero presenti al dibattito ed è per questo che il loro augurio ci dice che siamo sulla strada giusta.
La stessa costruzione della scaletta ha seguito, come sarà apparso evidente, un criterio ben preciso: dare, per una volta, voce solo ad esperienze che tutti i giorni si misurano con le difficoltà del mondo del lavoro, della scuola, delle periferie, con le difficoltà di una società sempre più razzista e maschilista, senza arrendersi. Dare voce direttamente a quelle esperienze, lasciargli lo spazio per raccontarsi: senza portavoce nazionali, segretari, ‘capi politici’ e quant’altro oggi pretende di sintetizzare la complessità tramite incomprensibili accelerazioni e verticalizzazioni.
È da queste testimonianze che è venuta fuori ricorsivamente, con forza, la necessità di un terzo spazio che non sia un cartello elettorale, ma il tentativo di rendere di nuovo pensabile, praticabile, un’alternativa solidale al modello di sviluppo in cui siamo immersi. Ciò è vero sempre, ma ancor di più se pensiamo alla minaccia concreta rappresentata dal vento di destra che spira su tutto il continente: la polarizzazione dei discorsi politici e l’emersione di forze politiche eversive ha una forza che ricorda, drammaticamente, gli inizi del ‘secolo breve’ che ci siamo lasciati alle spalle. Di fronte alla minaccia dei nuovi fascismi, di fronte alla violenza con cui le nuove destre soffiano sul fuoco della guerra tra poveri non si può stare a guardare: né, però, questo significa cedere alle proposte di chi immagina carrozzoni di ‘sinceri democratici’ in cui i responsabili politici di questo disastro – e il socialismo europeo è forse il primo di questo – possano trovare una nuova verginità politica. Su questo si può essere chiari: se l’alternativa è tra governance della crisi e nazionalismo, noi scegliamo la confederazione democratica delle realtà autonome e ribelli; se l’alternativa è tra diktat della finanza e autarchia eversiva fatta di ponti chiusi e fortezze continentali, noi scegliamo la libertà di movimento di chi sfida le frontiere e pretendere che a spostarsi senza la paura del filo spinato siano le persone e non i capitali; se l’alternativa è tra Francoforte e Visegrad, noi scegliamo Napoli e tutti i sud dell’Europa. Ed è proprio al cuore dell’Europa che la nostra sfida guarda e deve guardare: e sul piano europeo, solo sul piano europeo, che dobbiamo pretendere e costruire risposte alle più grandi emergenze del presente, dalle migrazioni al rifiuto delle politiche di guerra, dal cambiamento climatico all’emancipazione collettiva da ogni discriminazione di razza e di genere. Restiamo persuasi, e lo diciamo senza ambiguità, che ribadire che quest’Unione Europea va rovesciata perché metta al centro le persone e non i mercati non significhi e non possa mai significare cedere alle sirene dei neo-sovranismi e al mito dello Stato-Nazione. Se l’Europa dei popoli è ancora tutta da fare, dei vecchi arnesi del potere nazionalista novecentesco non abbiamo alcuna nostalgia.
Alla sorpresa, però, si deve rispondere con cura e con passione, all’entusiasmo si deve far seguire chiarezza del metodo e capacità di organizzazione. Prima di tutto, allora, abbiamo bisogno di valorizzare questa confluenza, questa capacità di produrre comune politico senza trasformarla in un elenco di sigle, bandierine, cappelli identitaria e – insomma – tutto il patrimonio di fossili che ancora ingombra il campo di un’alternativa in basso a sinistra capace di opporsi al deserto che avanza. Lo spazio politico che abbiamo visto sabato deve avere l’ambizione di ricostruire una moltitudine in cammino, moltiplicarne le forze, ibridarne i saperi senza ricadere nel gioco dei posizionamenti e degli steccati tradizionali: fare e dire concretamente cose di sinistra piuttosto che preoccuparsi di dimostrare, con il bilancino, quanto si è più di sinistra di tutti.
Senza timore di fare errori (perché nessun errore è peggiore dell’immobilismo granitico di chi ha solo certezze), dobbiamo avere il coraggio di considerare questo momento come l’apertura di una fase costituente che non potrà che funzionare per assemblee territoriali e regionali: assemblee che si interroghino sul modo concreto di costruire questa confluenza storicamente necessaria e che al contempo creino luoghi concreti e vivi di coinvolgimento e partecipazione.
In questo senso, per quanto abbiamo ribadito più volte di ritenere queste elezioni europee di epocale importanza per gli schieramenti che si confronteranno e per le differenti morfologie di Europa che ne emergeranno, pensiamo comunque che tutte le scadenze elettorali che seguiranno sono occasioni di presa di parola, di confronto, di radicamento sui territori e di affermazione di un punto di vista sul mondo che nel nostro Paese sembra sparito.
A queste condizioni lo spazio politico che immaginiamo è aperto: è aperto a chi vuole mettersi in gioco per costruire un’alternativa all’altezza della sfida, ma soprattutto è aperto a chi in gioco c’è da tempo, a chi non aspetta l’election day per ricordarsi della politica di base e della sofferenza sociale. Perché noi in testa abbiamo chiara una cosa: non saremo mai quelli che si vantano di rappresentare i movimenti sociali, ma saremo sempre quelli che dai movimenti sociali, dalla società civile si sentono rappresentati. Ciò vuol dire riconoscerne i linguaggi, le pratiche. Ciò vuol dire pensare di essere collettori di esperienze di lotta e megafoni di buone pratiche resistenti, senza mai pensare di essere un tappo o un attore di pacificazione e semplificazione della complessità, ma anzi sperando di costruire, nelle rispettive autonomie, una prospettiva finalmente comune, in grado di rafforzare chi, territorio per territorio, è già in cammino.
Il primo appuntamento è il 15 Dicembre alle ore 11 presso la sala del Consiglio Metropolitano in Via S. Maria La Nova n° 43 a Napoli, per una riunione di coordinamento tra tutte e tutti coloro che hanno deciso di rispondere all’appello di Luigi de Magistris, di esserci e di lavorare insieme per sfidare il destino di questo paese e di questa Europa!
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2 Commenti

  1. Alfonso Gianni
    10 Dicembre 2018 at 17:49 — Rispondi

    Visto che il testo dice esplicitamente che si ritengono fondamentali le prossime elezioni europee, la prima cosa da fare è costruire un programma essenziale che dica alle cittadine e ai cittadini che tipo di Unione europea vogliamo, cosa cioè significa essere per la critica radicale a Maastricht (quindi riscrittura dei Trattati e democratizzazione e costituzionalizzazione della Ue nella prospettiva di un’Europa unita e federale) e contemporaneamente contrari all’uscita dalla Ue, e dall’euro cioè a qualunque forma di sovranismo

  2. santo
    11 Dicembre 2018 at 14:25 — Rispondi

    Sono sicuro che le date del primo dicembre e del 15 dicembre rappresentano un fiume umano in cammino per il benessere del Paese e per la costruzione di una nuova politica per l’Europa.

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