Le Sezioni Unite della Cassazione, con la sentenza n. 20504 del 30 luglio 2019, hanno affermato che non è configurabile un diritto soggettivo perfetto ed incondizionato all’auto-refezione individuale, nell’orario della mensa e nei locali scolastici, degli alunni della scuola primaria e secondaria di primo grado, e dunque  che le famiglie non possono influire sulle scelte riguardanti le modalità di gestione del servizio mensa, rimesse all’autonomia organizzativa delle istituzioni scolastiche, in attuazione dei principi di buon andamento dell’amministrazione pubblica.

Fa piacere rilevare che Napoli si trovava già un passo più avanti rispetto alla querelle suscitata in tante parti di Italia dai ricorsi dei genitori. Nelle argomentazioni della  Suprema Corte ritornano  infatti alcuni dei principi che il Tribunale civile di Napoli,  X sezione, fece propri nel maggio del 2017 respingendo il ricorso proposto da un genitore napoletano per ottenere il riconoscimento del diritto di consumare il pasto domestico durante l’orario di mensa (Ordinanza Tribunale Napoli R.G. 7159/17 del 25/5/17). Il Dirigente scolastico napoletano chiamato in causa si era infatti coraggiosamente opposto, con il pieno sostegno delle istituzioni locali e sanitarie, a quella che appariva una violazione delle regole organizzative e formative predefinite e accettate dall’intera comunità dei genitori all’atto dell’iscrizione alla sua scuola nel modulo del tempo pieno.

Se il servizio mensa è compreso nel «tempo scuola» è perché esso condivide le finalità educative proprie del progetto formativo scolastico di cui è parte, come evidenziato dalla ulteriore funzione cui detto servizio assolve, di educazione all’alimentazione sana. Alla suddetta finalità educativa concorre poi quella di socializzazione che è tipica della consumazione del pasto «insieme», cioè in comunità, condividendo i cibi forniti, pur nel rispetto (garantito dal servizio pubblico tramite erogazioni di pasti speciali e diete differenziate) delle esigenze individuali determinate da ragioni di salute o di religione.

Anche per DemA, la scuola pubblica non può essere ridotta a luogo dove si esercitano liberamente i diritti individuali delle famiglie e degli alunni in termini puramente negoziali e mercantilistici,  ma piuttosto è un luogo dove lo sviluppo dei singoli alunni e la valorizzazione delle diversità individuali devono realizzarsi, come osservano i giudici della Cassazione,  nei limiti di compatibilità con gli interessi degli altri alunni e della comunità tutta, con i «doveri cui gli alunni sono tenuti», con «reciproco rispetto, condivisione e tolleranza». E anche i genitori sono tenuti, nei confronti dei genitori degli alunni portatori di interessi contrapposti, all’adempimento dei doveri di solidarietà sociale, oltre che economica, come ribadito dalla Corte. Il pasto “fai da te” è generativo di una rottura di queste regole, oltre che di evidenti e palesi disparità tra chi ha maggiori mezzi economici e chi è in condizioni di povertà o fragilità.

E’ nostra convinzione profonda che il pasto non sia un momento d’incontro occasionale di consumatori di cibo, né che i Comuni debbano fornirlo come se fossero aziende di catering, ma che esso assuma la valenza di momento di socializzazione e condivisione in condizioni di uguaglianza, nell’ambito di un progetto formativo comune. Per questa ragione il tempo della mensa fa parte del «tempo scuola».

DemA saluta con favore che si sia fatta definitiva chiarezza su una materia su cui sentenze diverse e contrapposte avevano ingenerato non poca confusione, e nelle scuole il perdurare di conflitti, caos e difficoltà organizzative. Resta però il vulnus determinato nella comunità scolastica nazionale dall’ennesima contrapposizione tra le ragioni della scuola pubblica e quelle dei genitori, su cui è necessario riflettere per comprendere a fondo le cause che l’hanno generata e fare scelte adeguate di policy per il futuro: per DemA le radici dello scontro risiedono in primis nella contraddittorietà di una norma nazionale che continua a inserire la refezione nei servizi a domanda individuale. Chiediamo che lo Stato sciolga il nodo e conferisca la dignità di servizio essenziale, indispensabile all’espletamento pieno del diritto all’istruzione.  Da questo riconoscimento deve derivare un impegno dello Stato a rimuovere gli effetti deleteri del “caro-tariffe”. Molti Comuni in Italia fanno pesare la maggior parte dei costi sugli utenti e questo rende proibitivo l’accesso sia per le fasce deboli o medie non sufficientemente protette, sia per quelle medio-alte.

Al riguardo il programma/la posizione di DemA è sintetizzabile in pochi e chiari punti:

  • La refezione esiste perché ha finalità educative e persegue l’uguaglianza ex art.3 tra i cittadini, assumendo la valenza di momento di socializzazione, relazione positiva tra diversi, educazione alla salute e al rispetto dell’altro, superamento delle disparità di natura economico-sociale
  • La refezione deve essere servizio essenziale e non a domanda individuale e viene scelta/adottata dall’istituzione scolastica in base al proprio progetto formativo, senza interferenze individualistiche da parte del singolo: chi sceglie una scuola pubblica sceglie l’intero progetto della scuola, sacrificando il principio della “libera scelta” di matrice individualistica a vantaggio di una dimensione collettiva e partecipata
  • In quanto servizio essenziale, l’obbligo dei Comuni a fornire la refezione va accompagnato necessariamente dal sostegno economico agli stessi da parte dello Stato per rendere possibile da un lato l’esenzione delle fasce deboli dal pagamento, dall’altro la predisposizione di un tetto massimo per il contributo delle famiglie che, pur seguendo il principio della giustizia redistributiva, non può superare per la singola famiglia  il costo sostenuto dal Comune per il singolo allievo, al fine di evitare l’insorgere di gravi conflitti all’interno della comunità scolastica
  • L’impegno economico dello Stato può/deve consentire ai Comuni maggiori investimenti sulla qualità e sulla programmazione di lungo periodo
  • E’ essenziale che le misure per la qualità siano ispirate ai principi di una sana e corretta alimentazione, alla riduzione degli sprechi e che i Ministeri della Salute e dell’Istruzione collaborino per fornire linee guida e supporto agli enti locali e alle istituzioni scolastiche
  • lo Stato ha il dovere di rimborsare per intero il costo che i Comuni sostengono per fornire il pasto a docenti e collaboratori impegnati durante il momento della refezione per ragioni educative, esattamente allo stesso modo in cui sostiene i costi del personale aggiuntivo per il tempo pieno. E’ del tutto incomprensibile che anche i pasti dei docenti dello Stato gravino sulle casse già disastrate degli Enti Locali.
  • La partecipazione delle famiglie e della comunità educante tutta va favorita attraverso l’impulso al dialogo e all’apertura, attraverso la loro attiva partecipazione al monitoraggio della qualità con le commissioni mensa, attraverso progettualità condivise su temi come l’educazione alimentare, l’intercultura, la lotta all’obesità e alle malattie infantili, il rispetto dell’ambiente, la dieta mediterranea, etc.

Annamaria Palmieri –  Responsabile Nazionale Dipartimento Scuola e Università

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